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Vini e la loro storia

 

L'enologia montalcinese dalla seconda metà dell’ottocento alla prima metà del novecento

 

L'enologia montalcinese fece un salto di qualità con l'allargamento della commercializzazione a partire dai primi anni della seconda metà dell’ottocento. Il vino di Montalcino trovò subito eccellenti estimatori Giosuè Carducci, con una lettera del 22 dicembre1886 diretta alla contessa Ersilia Caetani Lovatelli proprietaria di Argiano (fattoria ad ovest della città), scriveva ”mi tersi con il vin d’Argiano il quale è tanto buono” . Il professor Riccardo Paccagnini (Montalcino 1854 - Livorno 1834), enologo premiato, nel 1909 aveva ottenuto per il suo “Vin Brunello vecchio” 40 massime onoreficenze in Italia e nel mondo. Nel 1904 con il suo Brunello Vendemmia 1894 ottenne una medaglia d’oro a Bordeaux in Francia (santuario del vino!) e venne anche premiato, sempre per il suo Brunello vecchio, a Marsiglia e Parigi. Il Paccagnini scrisse anche un trattato, pubblicato nel 1907 da Samele Bari. Dopo avere illustrato i metodi della piantagione delle viti nei terreni galestrosi a sud ed ad ovest, scriveva sulla vendemmia “le uve devono essere ben mature” e sull’invecchiamento ”dopo due anni in botte si potrà travasare nelle damigiane e dopo due o tre anni con le dovute cure si potrà imbottigliare. Dopo imbottigliato si potrà tenere ancora venti anni e il Brunello anno per anno migliora di sapore e di più sostanza nutriente”. Concludeva il suo Trattato, profetizzando quello che poi avvenne; “Tenendo una buona teoria agricola ed enologica farete figurare la località e la nostra nazione”. Nei primi anni del secondo decennio del novecento la filossera distrusse quasi tutti i vigneti, poi con la prima guerra mondiale la produzione del Brunello cessò quasi completamente. Nel 1926 fu costituita una cantina sociale, la Tancredi Biondi Santi & C. (Tancredi, enologo di fama mondiale, era il trisnipote di Clemente Santi), che non incontrò l’adesione dei”signori padronati”; la produzione del Brunello era di 200 ettolitri, concentrata tutta nella cantina sociale. Era allora il periodo della scelta governativa della “ruralità fascista” e della “battaglia del grano”, con il sostegno legislativo alla protezione doganale di questo prodotto. I signori padronati si ritenevano appagati dei pochi ma brillanti ed automatici profitti di una agricoltura arcaica, basata sulla quasi totalità della conduzione a mezzadria della terra e su anacronistici privilegi. Nel 1933, alla prima mostra-mercato nazionale dei vini tipici che si svolse a Siena, parteciparono solo due montalcinesi - Biondi Santi della Fattoria del Greppo e Colombini della fattoria dei Barbi - che presentarono il loro Brunello. Nella seconda metà degli anni ’50, entro in crisi la mezzadria con l’abbandono della terra da parte dei contadini. Nello stesso periodo, i prodotti ricavati dal bosco non erano più ricercati dal mercato. Per gli usi domestici ed industriali si preferivano i derivati dal petrolio, l’energia elettrica, il gas liquido, prodotti considerati meno costosi e più igienici. Nel giro di qualche anno rimasero senza lavoro più di duemila mezzadri e ottocento unità addette al lavoro nel bosco (allora Montalcino contava 10.203 abitanti). Tutta l’economia - comprese le attività edilizie, artigianali e commerciali - subì una crisi generale senza precedenti. Montalcino rischiava di essere ”cancellato dalla carta geografica”. Incalzava il cosidddetto miracolo economico italiano, basato quasi esclusivamente sull’industrializzazione. Il Consiglio comunale di Montalcino fece una scelta “strategica”, non senza incomprensione da parte di una larghissima parte della popolazione. Fu detto, compiendo quella che oggi si direbbe una scelta compatibile, che Montalcino sarebbe rinato solo con le vigne, gli oliveti, il recupero del bosco e dei monumenti, la cultura ed il turismo.